Il Nichilismo

[ ... ] Nel brano Le scelta dei compagni, Silone si domanda: « Le vicende degli autori hanno meno importanza dei loro libri? ». E risponde « Non credo ». Non si può, penso, essere di parere diverso se tanti illustri pensatori sono convinti che ogni scrittore vero, autentico, nei propri libri finisce sempre col mettere se stesso, quello che si porta dentro: quindi, la corrispondenza tra autore e opera, si può affermare, tanto più è perfetta quanto più l'artista è autentico, e Silone lo è, anche se la tentazione, almeno in me, di sovrapporre l'uomo « galantuomo » all'artista spesso sia forte. Il messaggio che egli, infine, lasciando questa vita ha lasciato al piccolo mondo dei tormentati come lui, va chiesto all'uomo « socialista senza partito, cristiano senza chiesa », ma a ricercare senza pregiudizi, anche alla sua opera, nella quale, secondo la mia lettura, si ritrova in pieno spessore, in una cornice di triste dramma, per intera l'immagine di chi ha amato l'umanità, ma non è riuscito a costituire un partito che veramente la servisse, ha amato il cristianesimo, ma ha trovato delusione nelle istituzioni che lo rappresentano.

A prescindere dai particolari e dai segni resi fatalmente diversi dai secoli, trovo che ci sia qualcosa degna di Dante nel dolore sdegnoso di questo mio conterraneo' che dopo aver conosciuto i meccanismi della storia contemporanea, ha finito col ritirarsi in solitudine e far parte per se stesso: fino alla cremazione del suo corpo, senza presenza d'uomini che rappresentassero un qualunque potere terreno.

Malgrado tutto questo, dunque, non resta niente? Con questa frase ne ho parafrasato una di Silone, sempre del brano La scelta dei compagni più volte citato, nel quale egli ha tratteggiato anche il nichilismo imperante oggi nel mondo: un cinismo può anche dirsi, un opportunismo, un egoismo cieco ed esclusivo, proprio di chi, ignorando ogni luce di vita spirituale, ignora anche fin l'esistenza degli altri e non trova altro compito nella vita che servire se stesso. Io ho parlato d'un nichilismo dello stesso Silone, ma come atteggiamento di chi, mirandosi attorno non vede che negazioni del bene e della virtù, e conclude in un radicale pessimismo, in un radicale rifiuto di tutte le ideologie: « noi siamo costretti a procedere sotto un cielo ideologico buio ... una panacea dei mali sociali non esiste ».

E malgrado tutto questo, un correttivo esiste almeno per l'individuo intelligente e « umano »: non siamo al vivi nascosto di Epicuro, ma in qualcosa che somigli ad un giardino epicureo, forse sì: scansare il chiasso del mondo, la piazza dove si scontrano le ambizioni, dove la volontà di potenza per i suoi fini non guarda ai mezzi, e coltivare il proprio personale sano istinto al lume di poche certezze definibilí cristiane e irriducibili e regolarsi in conformità, costi quel che costi (costi anche lo spettacolo dell'oppresso che diventa oppressore): certezza « che noi uomini siamo esseri liberi e responsabili »; certezza « che l'uomo ha un assoluto bisogno di apertura alla realtà degli altri »; certezza « della comunicatività delle anime » alla quale si lega quella della fraternità degli uomini, cui a sua volta si lega l'amore per gli oppressi come regola di vita. Un messaggio del genere, al politico puro, non è escluso che possa apparire una semplice ingenuità: ma in un'opera di educazione perché dovrebbe apparire superfluo? perché non dovrebbe contrastare il passo alle sporche menzogne del prepotente?

Naturalmente, a conclusioni del genere di queste siloniane, potrebbero far capo corollari diversi, adatti ad altra gente, ad un'altra verità; ci si potrebbe chiedere: Ma non è proprio questa scoperta dell'uomo solo egoista che giustifica l'azione losca del politico? Chi alla fine per naturale inettitudine ad agire diversamente - s'è chiuso in se stesso in radicale pessimismo, non ha assunto un contegno socialmente più dannoso - per la sua sterilità - di quello che assume il politico che fa sua la massima « il fine giustifica i mezzi »?
Gli amici di Stalin, in fondo, continuano a parlare in questo modo e devono avere uno stomaco ben forte per digerire i massacri, le deportazioni, le scientifiche torture: ma non è ancora questo il problema: il problema è un altro e concerne la verità e la forza di cui ha bisogno chi volesse guardarla in faccia.

Ugo M. Palanza
Da « Misura », rassegna trimestrale di abruzzesistica, L'Aquila, 1978, n. 4.

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