Una riflessione di Silone

”De mortuis nihil nisi bene”. Finché si tratta di vita privata e familiare, passi pure, può essere segno di civiltà. Se però gli autori di necrologi assumono pretesa di storici, allora e doveroso controllare la loro prosa e rettificare, finche e tempo, le inesattezze dettate dall’emozione o dal calcolo di partito. Direi che,sia doveroso, anzitutto per la verità, che, se non si assumono questo compito i contemporanei, vi sono casi in cui nessuno sarà più in grado di farlo; e poi anche per il rispetto all’uomo che si intende onorare. Nei riguardi di Togliatti i laudatori funebri hanno avuto il compito facilitato dalla copiosa documentazione raccolta o fabbricata in suo onore durante i lunghi anni del ”culto della personalità” e facilmente reperibile in libri opuscoli e giornali di partito a larga diffusione.

Può sembrare curioso che perfino gli episodi meno attendibili della sua vita, ricordati negli elogi ufficiali e ufficiosi, siano stati riecheggiati anche dai giornalisti ”borghesi”, di solito scanzonati e prudenti, tanto più che essi non ignoravano l’esistenza di altre pubblicazioni, anche recenti, sui medesimi fatti, con una loro versione, per nulla elogiativa, rimasta inconfutata e forse inconfutabile. Può darsi che la spiegazione di questo fenomeno sia nella particolare psicologia di massa che, in presenza di una adunata oceanica, sia sotto un balcone sia attorno ad un feretro di papa o di capo politico, spesso contamina anche gli spiriti più scettici.

Qualcuno potrebbe osservare che una esistenza come quella di Togliatti non aveva affatto bisogno di menzogne per apparire eccezionale; certo, anch’io ne sono persuaso; ma sarebbe ignorare l’irresistibile impulso favolatore di ogni grande apparato di propaganda, a cui lo stesso Togliatti, in una circostanza che ricorderò, ammise di non potersi sottrarre.

Mi limiterò adesso a menzionare le inesattezze più grossolane, cominciando dagli inizi. I comunisti della generazione di Livorno sanno che la maturazione politica di Togliatti a Torino fu lenta e prudente, all’ombra di Gramsci, Tasca e Terracini, fino ai primi anni dopo la fondazioni del PCI. Ora, questa caratteristica nient’affatto disonorevole del suo lento tirocinio politico si trova nettamente capovolta nell’agiografia burocratica più recente.Qualcuno ha perfino scritto che la visita della delegazione del Soviet di Pietrogrado a Torino, nel 1918, avesse come scopo d’incontrare Togliatti; mentre in quell’epoca la fama di lui non andava molto al di la della cerchia dei familiari e degli amici. I veri esponenti dell’ala sinistra del socialismo torinese erano allora i Boeri e i Rabezzana, a torto ignorati dalla storiografia ufficiale. D’altra parte, sull’atteggiamento del giovane Togliatti durante la prima guerra mondiale, la propaganda del PCI ha variato la lezione secondo le circostanze.

Molti ricorderanno ancora il grottesco manifesto murale affisso in tutta Italia, nella primavera del 1948, in cui l’italiano Togliatti, in uniforme di alpino, era opposto alI’austriaco De Gasperi; in altre occasioni invece e stato rivendicato il suo internazionalismo zimmerwaldiano. Le due affermazioni sono tutt’e due inesatte. Nella prima assemblea della Sezione socialista torinese dopo l’armistizio del 4 novembre (secondo la testimonianza di uno che vi era presente), il nome di Togliatti si trovava incluso nella lista di coloro che avevano manifestato dissensi o incertezze politiche durante la guerra. II suo caso non arrivo in discussione solo perché l’assemblea si occupo troppo a lungo dei primi nominativi della lista, sulla quale, grazie all’ordine alfabetico, egli occupava uno degli ultimi posti. Priva di fondamento e anche la leggenda che la scissione del PSI e la conseguente fondazione deI PCI, a Livorno, il 21 gennaio 1921, fossero l’opera preminente, oltre che di Gramsci, di Togliatti. Mettiamo le cose a posto.

Se una persona domino nella nascita del nuovo partito fu Amadeo Bordiga. Le frazioni socialiste che contribuirono all’evento furono quattro e precisamente, nell’ordine della loro consistenza numerica: gli astensionisti antiparlamentari (Bordiga, Grieco, Fortichiari), i massimalisti di sinistra (Gennari, Repossi, Bombacci e gran parte della Federazione giovanile), gli ordinovisti (Gramsci, Terracini), il gruppo Marabini-Graziadei. L’oratore principale della frazione ordinovista al congresso fu Umberto Terracini. Togliatti era assente e, oso dire, nessuno si accorse della sua assenza. Egli non aveva partecipato alla preparazione del congresso, non aveva assistito agli incontri decisivi con la delegazione dell’Internazionale (Kabatscev, Rakosi, Jules HumbertDroz) e con i dirigenti delle altre frazioni scissioniste.

In questo periodo, Togliatti (che aveva allora 28 anni) era più conosciuto come giornalista che come militante politico. Gli uomini chiamati dal congresso a dirigere il nuovo partito furono Bordiga, Terracini, Grieco, Repossi e Fortichiari, i quali furono confermati in tale responsabilita nel successivo congresso di Roma. Altra prova del posto secondario che Togliatti occupava nel PCI di quei primi anni la si ebbe sul piano elettorale. Per le elezioni generali del 6 aprile 1924 il PCI mobilito tutte le sue risorse e presento come candidato anche Togliatti, precisamente in Piemonte e in Toscana; ma le organizzazioni locali non attribuirono alla sua candidatura alcun significato speciale, per cui, nella graduatoria delle preferenze, in tutt’e due le circoscrizioni, egli risulto tra gli ultimi della propria lista. Si e anche cercato di creare una prova del ruolo preminente di TogIiatti fin dal primo periodo del PCI, drammatizzando un incidente bana1e accadutogli il 28 ottobre 1922 nella tipografia romana detta della Guardiola in cui, assieme ad altri giornali, tra cui La conquista dello Stato del fascista Malaparte, si stampava II comunista.

Secondo il racconto che a suo tempo ne fecero i tipografi e Tog1iatti stesso, si tratto semplicemente di questo: quel giorno, con l’incarico di visitare le sedi dei partiti e dei giornali d’opposizione a scopo intimidatorio, erano state formate numerose pattuglie di fascisti di provincia affluiti a Roma al seguito di Mussolini. Una pattuglia formata di fascisti della campagna toscana si presento anche alla tipografia della Guardiola e raduno le poche persone che vi si trovarono, tra cui Togliatti, per portarle in questura, dove sarebbe stato possibile il loro esame e riconoscimento.

senonchè, mentre il gruppo si stava formando accanto alla porta, piovvero dal tetto dei calcinacci, rivelando la presenza di un paio di tipografi che vi si erano rifugiati per sfuggire all’arresto. Nella certezza che quelli fossero gli individui più pericolosi, i fascisti si diedero alla loro caccia, abbandonando la preda gia catturata. Togliatti che, sconosciuto ai fascisti, faceva parte del gruppo, poté . cosi allontanarsi. II giorno stesso egli prese il treno e se ne torn6 a Torino a casa sua senza che nessuno s’interessasse di lui. La versione dostojevskiana della messa al muro di Togliatti e della sua mancata fucilazione per l’intervento fulmineo di un ”commando” della federazione comunista romana che sbaraglio i fascisti, fu lanciata per la prima volta in un sevizio rievocativo dell’Unita il 28 ottobre 1946.

Era un racconto inventato di sana pianta, su premesse irreali, al fine di far credere che uno degli obiettivi principali della marcia su Roma fosse la cattura e la fucilazione di Togliatti e, in più, che la debole disorganizzata e inerme Federazione comunista romana fosse così agguerrita da poter mobilitare, in pochi secondi, veri e propri ”commandos”. (In realta, la sola formazione militare antifascista esistente a Roma in quegli anni erano i cosiddetti ”Arditi del popolo”, costituiti da repubblicani, anarchici e socialisti, con qualche comunista indisciplinato e qualche infiltrazione poliziesca di tendenza nittiana). Avevo appena terminato di leggere il fantasioso racconto, in un corridoio di Montecitorio, che allora frequentavo come membro deIIa Costituente, quando m’imbattei proprio in Togliatti.

Gli domandai se avesse letto quella stravagante storiella perché permettesse simili mistificazioni, ed egli mi rispose, accompagnando le parole con un’alzata di spalle, che un grande partito di massa ha bisogno di leggende. A me che I’avevo conosciuto e stimato fin dalla sua gioventù e mi ero legato a lui d’amicizia nel periodo della clandestinità (amicizia, posso dire, reciproca, al punto che egli fece di tutto per evitare o ritardare il mio allontanamento dal comunismo, e di ciò ebbe biasimo da Mosca) quelle parole fecero un effetto penosissimo, rivelandomi fino a quale depravazione egli, col suo partito, si fosse nel frattempo ridotto.

Riferii l’episodio e le rassegnate parole di Togliatti poco dopo, sul settimanale di Valdo Magnani Risorgimento socialista, e per qualche tempo ebbi I’impressione che non se ne parlasse più . Siccome pero i recenti necrologi hanno dimostrato che quella fandonia, assieme ad altre che non riferisco per brevità, e ormai integrata nella storia del PCI e accettata da tutti, mi vedo costretto, col fastidio che si può immaginare, a contestarne di nuovo I’autenticità. Ne vale la pena? Certamente. Non per denigrare un personaggio universalmente ammirato, ma per caratterizzare un metodo e una tecnica che sono essenziali nel sistema di ogni partito di dittatura. II partito ha bisogno di innalzare artificiosamente il proprio Capo al di sopra dei suoi collaboratori e possibili concorrenti, di identificarlo con la storia del partito fin dalle origini, mettendo in ombra quelli che ne furono i veri creatori, di raffigurarlo dotato di tutte le virtù civili e carismatiche il coraggio la coerenza il disinteresse I’imparzialità il profetismo I’infallibilità di attribuire a lui i meriti di ogni successo del movimento, addossando la responsabilità delle sconfitte ai suoi aiutanti.

Non che i dirigenti degli altri partiti politici sarebbero alieni dall’accettare un simile trattamento, oh no, ma bisogna riconoscere che solo nei partiti totalitari di massa esistono le condizioni perché l’operazione idolatrica riesca alla perfezione, col benevolo concorso delle grandi firme della stampa liberale, della radio, della televisione, del cinema, e la pubblica invocazione del pontefice per una speciale protezione celeste.

Ignazio Silone

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